Diciamoci la verità: affidarsi al coaching aziendale o business coaching o non è il primo pensiero della gran parte degli imprenditori italiani o dei manager, grandi o piccoli che siano.

Non lo è in nessun caso, sia che le cose vadano bene, sia che vadano male.

Non lo è se l’azienda è storica e non lo è neanche se è una start-up; se porta avanti un business consolidato, che non presenta evidenza che, in un futuro più o meno prossimo, possa essere insidiato o messo in crisi da competitor o nuovi fattori non previsti, interni o esterni, oppure se è in un momento in cui, per continuare a rimanere sul mercato deve affrontare cambiamenti e scelte, anche drastiche e inevitabili.

In nessuno dei casi indicati, ma anche in tanti altri, non elencati, il pensiero di chi è al timone dell’azienda è quello di integrare, nel proprio processo di ragionamento e decisionale, la figura di un coach aziendale.

Se va tutto bene, la riflessione più semplice su cui si ricade è: “perché mai dovrei confrontarmi con un professionista di questo tipo, visto che i risultati sono soddisfacenti?” E se le cose non vanno bene o, peggio ancora, l’azienda è entrata in una fase di emergenza o, addirittura, di pericolo, i pensieri immediati sono del tipo: “ora non è il momento, devo concentrarmi sulla salvezza dell’azienda”; oppure: “io so cosa bisogna fare, molto meglio di qualunque consulente esterno”. O, ancora, pensieri simili.

Dunque, rivolgersi ad un professionista, scegliendo di farsi affiancare, nell’attività di gestione, ordinaria o straordinaria che sia, da un business coach, non è il primo pensiero, di tanti imprenditori e manager. 

Questo accade per un semplice fatto: è una scelta controintuitiva. E’ una di quelle scelte che non si fanno per istinto o, come anche si dice, per “buon senso”. Sì, l’istinto o proprio il sano, vecchio buon senso, in questo caso, non ci aiutano.

E’ come quando stiamo guidando sul ghiaccio e perdiamo il controllo della macchina: istintivamente, siamo portati a mettere il piede sul freno; è l’errore più grande che si possa fare ma, istintivamente, è quello che molti farebbero, se non fossero guidatori esperti, i quali non solo sanno che, se si vuole riprendere il controllo dell’auto, frenare è la prima cosa da non fare, ma che hanno sviluppato una perizia così elevata che, nel peggiore dei casi, riescono a dominare l’istinto o, nel migliore dei casi, hanno educato il proprio istinto a non frenare.

E’ come quando si inizia a sciare. Non appena, dopo le prime due lezioni, il maestro ci porta a fare le prime discese, anche facili. La tecnica prevede che bisogna tenere il peso a valle; l’istinto ci dice di tenerlo a monte. Ovviamente, non essendo ancora esperti, si tende a seguire l’istinto. La conseguenza è inevitabile: le cadute si susseguono, una dopo l’altra. Fin quando, cominciamo a fare scelte controintuitive, a caricare il peso a valle e a verificare che, facendolo, non solo le cadute diminuiscono, ma la nostra sciata comincia ad avere senso.

Ed allora, progressivamente, cominciamo ad educare l’istinto, a mettere il peso a valle, senza pensarci e a progredire nello stile e nella scelta delle difficoltà.

Ecco, usare il business coaching, per un imprenditore o un manager, in una fase iniziale, può essere paragonato alla scelta di non frenare, guidando sul ghiaccio oppure di mettere il peso costantemente a valle, sciando. E’ una scelta che non viene istintiva ma che, se operata e portata avanti con fiducia, può portare a risultati importanti, tanto più inaspettati, se si è partiti da convinzioni limitanti sulla scelta, come quelle a cui abbiamo accennato. 

Certo, bisogna affidarsi a professionisti bravi e capaci. E questo, non differisce da qualsiasi altra scelta, in termini di gestione di business. Ma, a parte questa precisazione, che può apparire quasi ovvia, per il resto si tratta di fare una scelta innovativa e, se vogliamo, coraggiosa. Ma è una scelta che, come si accennava, può portare a risultati sorprendenti.

I risultati, forse inattesi, possono essere sorprendenti, in tutti i casi. 

Possono essere sorprendenti, se le cose non stanno andando bene; se l’azienda è in crisi, oppure rischia addirittura la chiusura. Quando si finisce in una situazione del genere, inevitabilmente, le risorse mentali e non solo, del management o dello stesso imprenditore, sono tutte impegnate nelle azioni di emergenza. Di fatto, tali risorse si riversano, per dirla con Stephen Covey, in quello che è il primo quadrante: quello delle azioni “importanti ed urgenti”. E’ a questo quadrante che viene rivolta, costantemente, l’attenzione ed ogni energia. E’ un fatto istintivo. E, quando si sta costantemente su questo quadrante, per paradosso, salvare la situazione o uscire dalla crisi, è molto più complicato; in alcuni casi è impossibile.

Imprenditori fretcha fondo competenze

Rivolgersi ad un business coach, in casi come questo, significa rivolgersi a qualcuno che, in quanto dissociato dalla situazione, anche emotivamente, non si concentra sul primo quadrante, ma rivolge l’attenzione sul quadrante dove si operano le scelte che possono salvare la situazione: il secondo quadrante quello delle azioni “importanti, ma non urgenti”. Dedicarsi alle attività, che si collocano in questo quadrante, è una scelta non istintiva, che permette di mettere in atto quei processi che, se portati avanti con costanza e decisione, possono determinare i risultati attesi e, soprattutto nei momenti di crisi, sperati. 

Certo, il più delle volte, tali risultati non arrivano immediatamente. Anzi, in una fase iniziale, non si vede alcun miglioramento e, questo, a fronte del fatto che le cose tendono a precipitare. E, mentre questo accade, l’istinto dell’imprenditore o dei manager sarebbe quello di tornare a riversare energie nel primo quadrante, lasciando stare le scelte del secondo quadrante. 

Ma chi riesce a tenere la barra dritta e a non lasciarsi prendere dalla paura e dall’istinto, se ben guidato, nell’azione di business coaching, dopo un po’, può cominciare a vedere i primi segnali di miglioramento; vede che la tempesta comincia a perdere di intensità; che c’è una via di uscita e quella via la si sta raggiungendo, proprio grazie al fatto di essersi affidati a qualcuno che, non coinvolto nella situazione, ha saputo indicare le giuste azioni. E, dunque, comincia a raccogliere il premio, di essersi affidato ad un business coach.

Ma, se è facile capire cosa significhi affidarsi al coaching aziendale, in una situazione in cui le cose vanno male, anche se è, istintivamente, non viene in mente che sia scelta giusta, forse è ancora più difficile capire come affidarsi ad un business coach sia la scelta giusta, anche quando le cose vanno bene e non c’è alcun segnale che la situazione possa cambiare in peggio. 

Molti, infatti, pensano: “sta andando tutto bene, ho tutto sotto controllo; perché mai dovrei rivolgermi a qualcuno, che mi aiuti a ragionare in modo diverso, da come sto facendo?” 

Ci sono diverse risposte, a domande di questo tipo, che danno validi motivi per rivolgersi ad un business coach, proprio quando tutto sta andando alla grande o comunque in maniera sufficientemente soddisfacente.

Soffermiamoci su due di questi.

Il primo motivo ce lo insegna la vita: quando va tutto bene, non si cresce. La crescita avviene nelle difficoltà, nei momenti di crisi. Quando tutto va bene, è inevitabile che si sia portati a rilassarsi, a godersi il momento ed i risultati; ad abbassare la guardia e a non vedere i pericoli. E, dunque, se non si è stimolati da situazioni che possono metterci in difficoltà, il riflesso inevitabile è quello di adagiarsi e, dunque, di non crescere.

Il secondo motivo, connesso al primo, è legato proprio alle emergenze o alle situazioni di crisi. Spesso, i segnali di una situazione critica o, addirittura, pericolosa o incombente, ci sono già tutti, proprio quando la situazione è serena, se non addirittura prospera. Solo che, proprio perché la serenità e l’abbondanza incombono, si finisce per non vederli.

In tal senso, il mare insegna. Difficilmente un lupo di mare si trova in mezzo ad una burrasca, al comando della sua imbarcazione. E’ più facile che, quando la burrasca è in corso, il lupo di mare si trovi al caldo di casa sua, oppure al bar del porto a sorseggiare una bella bevanda corroborante, mentre si gode la burrasca che impazza, avendo la sua imbarcazione bene ormeggiata ed al sicuro, nel porto. E, magari, guardando qualche imbarcazione che, in mare aperto, si trova a dover affrontare la furia del mare e del vento, non avendo previsto che la burrasca sarebbe arrivata.

Se il lupo di mare si gode la burrasca, al sicuro, è perché l’ha prevista per tempo. E la previsione l’ha formulata quando, mentre navigava, il cielo era sereno, il mare era piatto ed il vento era non più intenso di una leggerissima brezza, che dava solo sollievo e piacere.

Ecco, quando va tutto bene, molti imprenditori e manager, presi dai risultati e dal benessere, tendono a non cogliere i segnali che, non sono evidenti, ma che sono tutti lì, a dire: “guarda che le cose stanno per cambiare; e in peggio”.

Ecco, allora, che un coach aziendale può fare questo. Non si sostituisce all’imprenditore o al manager, perché non è questo il suo lavoro; anzi, se lo facesse, non starebbe facendo il suo lavoro o non lo farebbe bene.

Ma il business coach può guidare l’imprenditore o il manager a spostare il suo focus, dai risultati che continuano ad arrivare, ad i pericoli che incombono. Il suo compito è quello di sollecitare l’attenzione del cochee che, istintivamente, sta su altro e portarlo a riflettere in questo modo: “sì, va tutto bene; ma, andrà sempre così? Oppure, fino a quando? E siamo sicuri che le condizioni attuali permangano? O c’è qualcosa che stiamo sottovalutando o che non stiamo vedendo, pur essendo sotto i nostri occhi e a cui si deve dare attenzione?”

Ecco, un imprenditore o un manager, sapientemente guidati da un coach aziendale, cominciano a farsi domande di questo tipo; e mentre si godono i risultati, mantengono alta la guardia e, se è il caso, cominciano a fare scelte preventive; scelte che possono scongiurare eventuali crisi, a questo punto non più inattese o, al peggio, possono fare in modo che, quando la crisi arriverà, si sia preparati ad accoglierla e a superarla.

Come dicevamo, il business coach non si sostituisce all’imprenditore o al management; non entra in azione sui processi aziendali. Il business coach guida. D’altronde, coach viene dal francese e significa “carrozza”. E, la sua azione di guida, l’esercita attraverso un solo strumento: le domande; per meglio dire, le giuste domande che, di volta in volta, portano il coachee a spostare il proprio focus o ad allargarlo, per avere una panoramica più ampia, quando serve o, al contrario, a soffermarsi sui dettagli, quando è richiesto.

Un abile coach aziendale domina le domande e guida il suo cochee a ragionare al meglio, sfruttando il suo potenziale, producendo risultati, forse neanche immaginabili, all’inizio.

Tutto questo, però, è fattibile se esiste un presupposto di fondo: la fiducia del coachee. Fiducia che, in molte fasi, è necessario che sia vera e propria “fede”; cioè, quel sentimento che porta a seguire la strada che il coach sta aiutando a tracciare, anche se, istintivamente, si sarebbe portati ad andare da un’altra parte.

Affidarsi al business coaching, dunque, è una scelta saggia, in quanto può portare a scelte vincenti e a risultati di lungo periodo. 

E’ una scelta che consigliamo. E’ una buona scelta. Controintuitiva. Ma saggia.

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